Anne Frank, Eva Schloss e Primo Levi. Memorie dell’Olocausto nel Museo Ebraico di Berlino

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Il tempo è diverso, per i sopravvissuti. Il presente è sempre un dopo. La violenza – inaudita, insensata, improvvisa – spezza l’ordine naturale delle cose. Quando c’è la morte non ci siamo noi, diceva il filosofo. Fin quando non accade accanto a te, oppure qualcuno prova a distruggerti, o, addirittura, entrambe le cose. Dopo, la morte siede al tavolo e non si alza più. Il sopravvissuto abita un mondo retto da una teoria della relatività speciale. Il tempo della distruzione è per sempre adesso, il resto è dopo. Dopo non sarà mai più come prima”.

Benedetta Tobagi

 

All’interno del Museo Ebraico di Berlino si vive un’esperienza emozionale straordinaria, in cui tutti i sensi sono superbamente coinvolti.

Non si assiste, inerti, al narrarsi di una storia lontana, attraverso la visione di oggetti e documenti di repertorio. Non solo. Si è chiamati, infatti, ad essere non meri testimoni oculari, ma protagonisti.

Il percorso dell’edificio è, intenzionalmente, lungo e tortuoso, e gli spazi vuoti sono abissi in cui perdersi, ferite insanate, presenza atroce che si palesa nell’assenza, nel nulla a cui l’odio ha condotto e nel tutto di cui ciascuno può sentirsi parte.

Ho avvertito i sogni di Anne, briciole di vita per sempre immortalate nelle pagine del suo “Diario”, e le memorie di Eva Schloss, autrice di “Sopravvissuta ad Auschwitz, le quali s’intrecciano con la storia della tredicenne Frank, risuonare nella Torre dell’Olocausto.

All’interno di essa, stretta in un non-luogo, nell’oscurità della violenza e nella claustrofobica prigione dell’ingiustizia, ho sentito, in lontananza, i rumori della città e ho scorto la feritoia di luce, sita sulla sommità di essa. C’è vita sopra la torre degli orrori. Siamo vivi.

 

È davvero meraviglioso che io non abbia lasciato perdere tutti i miei ideali perché sembrano assurdi e impossibili da realizzare.

Eppure me li tengo stretti perché, malgrado tutto, credo ancora che la gente sia veramente buona di cuore.

Semplicemente non posso fondare le mie speranze sulla confusione, sulla miseria e sulla morte.

Vedo il mondo che si trasforma gradualmente in una terra inospitale; sento avvicinarsi il tuono che distruggerà anche noi; posso percepire le sofferenze di milioni di persone; ma, se guardo il cielo lassù, penso che tutto tornerà al suo posto, che anche questa crudeltà avrà fine e che ritorneranno la pace e la tranquillità”.

Anne Frank

 

Ho percepito l’intensità cocente delle parole di Primo Levi, attraversando il Giardino dell’Esilio, un labirinto simbolico costituito da 49 colonne di cemento alte, ciascuna, sei metri, in cui si avverte una nauseante mancanza di equilibrio e di punti di riferimento, poiché il piano di calpestio è inclinato di sei gradi. 

Ho assaporato l’amarezza dell’esilio, ho ricordato la verità inaudita descritta in  “Se questo è un uomo” e la disperazione, che trasuda come sangue da una benda troppo intrisa, de “La tregua”.

Sulla cima delle colonne sono stati piantati alberi di olivagno, simbolo di pace, ma, soprattutto, emblema di come sia possibile, per ogni uomo, mettere radici e crescere, anche dove sembrano non esserci semi di speranza.

 

E’ un attimo. Il silenzio drammatico s’infrange. La melodia di una risata. Il rumore di piccoli passi veloci. Lo svolazzare del fuxia e del giallo di vestitini in cotone, comprati nel reparto “bambine”. Due sorelline, accompagnate dai genitori per visitare il museo, si rincorrono, felici nell’euforia del gioco, fra le colonne.

Un’ immagine che non potrò dimenticare. Come resterà per sempre nelle mie orecchie l’eco del boato prodotto dal calpestio dei mie piedi che procedevano sui diecimila volti in acciaio punzonato, accumulati, come foglie secche ai piedi di un albero secolare, sul pavimento dello Spazio Vuoto della Memoria.

 

Non dimenticare. Non dimentichiamoci che siamo tutti metaforicamente in esilio, tutti sopravvissuti al nostro percorso accidentato, tutti vittime di un mondo che non sa apprendere la lezione del passato.

Non dimentichiamoci delle atrocità che hanno costellato, vergognosamente, la Storia.

Non dimentichiamoci di quanto è stato, di quanto oggi accade, di quanto non vorremo mai si verificasse di nuovo, a nessuno e in nessun luogo.

 

Tutti coloro che dimenticano il loro passato, sono condannati a riviverlo”.

Primo Levi

 

Emma Fenu

3 agosto 2014

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Emma Fenu

Sono Emma, nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen. Ogni quattro o cinque anni, la mia vita subisce una vera rivoluzione: mi trasferisco in un nuovo paese. Ho vissuto, in precedenza, in Medio Oriente, in luoghi di estremo interesse culturale e storico, che mi hanno permesso di sentirmi “cittadina del mondo”. Sono laureata in Lettere e Filosofia, ho conseguito un Dottorato in Storia delle Arti, insegno Lingua Italiana a stranieri, studio da anni Storia delle Donne e Letteratura al femminile e mi occupo di Iconografia, nel perenne ed affascinante tentativo di sciogliere enigmi millenari ed interpretare simboli criptici. In me si fondono, in una bizzarra alchimia, note contrastanti, grazie alle quali sono capace di reinventarmi sempre: sono sognatrice e ironica, idealista e consapevole, empatica e complessa, pragmatica e creativa. Amo immensamente leggere, scrivere recensioni, interviste, articoli, saggi, romanzi e organizzare eventi. Ho pubblicato un romanzo inchiesta, “Vite di Madri”, sul lato oscuro della maternità”, e un romanzo di formazione “Le dee del miele”, una saga familiare ambientata in Sardegna fra miele, farina, sangue e misteri.

Benvenuti nel mio mondo, una valigia, traboccante di idee e parole, sempre pronta per partire alla volta di una nuova avventura.

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