”Avere fiducia. Perché è necessario credere negli altri”, di Michela Marzano

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Senza fiato.

Quando ho visto le cascate di Ochos Rios, site sulla costa settentrionale della Giamaica, per qualche istante non ho mosso un solo muscolo delle mie membra, un paio di battiti cardiaci hanno scandito il fluire del sangue con un ritmo troppo lento, per la mia media, e non ho formulato nessuna parola.

Ma, qualche secondo dopo, ho dato voce ad un’esclamazione di gioia e di meraviglia e il mio cervello ha ragionato secondo gli schemi propri di quello del mio uomo, che vive di numeri e constatazioni.

Nessuna introspezione, nessuna lettura simbolica, nessuna interpretazione filosofica, nessun rimando letterario, nessuna citazione intertestuale. Solo un pensiero: “E’ un Eden”.

Ad onor del vero, dato che mi occupo dell’iconografia di Eva, era una riflessione dagli esiti pericolosi, ma non c’è stato tempo di perdermi in elucubrazioni.

 

Ogni giorno cerco il filo della ragione, ma il filo non esiste, o mi ci sono ingrovigliata dentro”.     

Alda Merini

 

Siamo una dozzina di persone in pantaloncini corti e pelle arrossata, schierati sulla spiaggia, rivolti verso il mare impetuoso, disposti secondo un’alternanza di un uomo e di una donna.  Ci viene chiesto di tenerci per mano e camminare.

Ora mi è tutto chiaro: scaleremo la cascata formando una catena, con l’effetto domino in agguato. Tendo la mano al compagno datomi in sorte, un ragazzo sulla ventina, dall’idioma nordico.

Tuttavia, in fondo, non mi fido, non mi fido perché detesto rendere palese la mia debolezza fisica e la mia scarsa attitudine alle sfide che coinvolgono solo il corpo, non mi fido perché non mi piace ricalcare le orme altrui, ma mettere i piedi dove mi suggerisce l’istinto o il raziocino, secondo mie personali decisioni.

L’avventura inizia e il ragazzo, dal viso circondato da capelli biondo platino, mi sorregge bene e io ripeto “I’m sorry” come un mantra, rivolgendogli un sorriso.

Ma quando la forza dell’acqua diventa veemente, non siamo più unità distinte, siamo UNO. E io mi fido, perché l’altro è me.

Non mi scuso più, mi tengo salda e sono disposta a farmi slogare il polso, ma non mollerò la presa e non tradirò la fiducia di chi è dietro di me, di chi segue i miei passi, di chi accoglie i miei suggerimenti sul numero degli step da compiere, prima di immergersi nelle profondità dell’acqua.

Siamo sulla vetta della cascata: ora urliamo, ebbri di vita, condividendo il piacere della sfida. Ci attende la parte più giocosa dell’escursione, quella destinata ai tuffi e alle scivolate, giochi innocenti come quelli dei progenitori nell’Eden, prima dell’ingresso nella Storia.

Eppure, inspiegabilmente, mentre procediamo, la mano ce la stringiamo ancora, nonostante il percorso sia divenuto decisamente agevole.

 

La gioia richiede più abbandono, più coraggio che non il dolore. Abbandonarsi alla gioia significa appunto sfidare il buio, l’ignoto”.

Hugo Von Hofmannsthal

 

Al termine del viaggio, mi è sovvenuto alla mente, quasi subito, un libro, ricco di interessanti riferimenti interdisciplinari, che ho letto molto di recente: Avere fiducia. Perché è necessario credere negli altri, scritto da Michela Marzano. Il testo prende avvio citando una celebre storiella ebraica:

 

Un padre chiede al figlio di saltare dalla finestra. All’inizio il ragazzo, spaventato, esita. ‘Non ti fidi di tuo padre?’ gli chiede quest’ultimo per rassicurarlo. E il ragazzo si decide a saltare. Cadendo, si ferisce. ‘Ecco, adesso lo sai,’ dice il padre al figlio in lacrime ‘non devi fidarti di nessuno. Nemmeno di tuo padre!‘.

 

L’autrice ci offre un’analisi acuta ed approfondita della società contemporanea, apparentemente affidabile, in realtà nutrita del veleno del sospetto e della paura, nella perduta consapevolezza che le nostre debolezze, insite nella nostra stessa natura di esseri imperfetti, non ci qualificano come perdenti, ma come creature complesse, che solo interagendo con gli altri, scommettendo su di essi e accordando loro fiducia, possono imparare a conoscere e ad amare sé stessi.

Buona scalata. Vi tendo la mano.

 

Emma Fenu

 

16 luglio 2014

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Emma Fenu

Sono Emma, nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen. Ogni quattro o cinque anni, la mia vita subisce una vera rivoluzione: mi trasferisco in un nuovo paese. Ho vissuto, in precedenza, in Medio Oriente, in luoghi di estremo interesse culturale e storico, che mi hanno permesso di sentirmi “cittadina del mondo”. Sono laureata in Lettere e Filosofia, ho conseguito un Dottorato in Storia delle Arti, insegno Lingua Italiana a stranieri, studio da anni Storia delle Donne e Letteratura al femminile e mi occupo di Iconografia, nel perenne ed affascinante tentativo di sciogliere enigmi millenari ed interpretare simboli criptici. In me si fondono, in una bizzarra alchimia, note contrastanti, grazie alle quali sono capace di reinventarmi sempre: sono sognatrice e ironica, idealista e consapevole, empatica e complessa, pragmatica e creativa. Amo immensamente leggere, scrivere recensioni, interviste, articoli, saggi, romanzi e organizzare eventi. Ho pubblicato un romanzo inchiesta, “Vite di Madri”, sul lato oscuro della maternità”, e un romanzo di formazione “Le dee del miele”, una saga familiare ambientata in Sardegna fra miele, farina, sangue e misteri.

Benvenuti nel mio mondo, una valigia, traboccante di idee e parole, sempre pronta per partire alla volta di una nuova avventura.

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