”Quattro etti d’amore, grazie”. Quando la nostra spesa racconta di noi

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Un litro di latte parzialmente scremato.

Uno intero.

Mezzo chilo di penne rigate

Un barattolo di fiducia.

Un chilo di patate, uno di illusioni.

Un arrosto d’infanzia e uno di tacchino.

Due bustine di pietà, una di lievito,

una serata diversa da tutte,

un cespo di abitudini,

uno di lattuga.

Il posto fisso.

Un tubetto di dentifricio ultrasbiancante,

una telefonata lunga,

il perché.

Una risata scema, qualche mandarino.

Serve davvero tutta questa roba?”.

 

Basta una moneta e il carrello è, momentaneamente, mio.

Su ruote e metallo sfila il mio preludio di una cena a due o di uno snack solitario davanti al pc, la mia promessa di una dispensa fornita e di una fame subito sazia.

 

Accanto a me, altre donne e altri uomini, spingono un contenitore che rende impudicamente visibili le mancanze e le presenze della propria esistenza.

 

Se manca il burro per impastare la torta Paradiso, forse si dispone di commensali con cui dividere una fetta di cielo.

Se si posa un dolce già confezionato sul rullo della cassa, forse manca il tempo di sporcarsi di farina e di respirare l’aria calda e profumata sprigionata dal forno.

 

Chiara Gamberale, con il suo romanzo “Quattro etti d’amore, grazie”, edito da Mondadori nel 2013, ci presenta due donne apparentemente molto diverse: una, moglie e madre, è impiegata in banca; l’altra, logorata da un rapporto d’amore squilibrato, è attrice in una celebre serie televisiva.

 

Cosa le accomuna? Vorrebbero una via di fuga.

Entrambe immerse nella propria insoddisfazione, imbrigliate in ruoli che ne soffocano la vera natura, sbirciano vicendevolmente nel carrello dell’altra, credendo di scorgevi quanto non potranno mai avere, a causa di un destino ingrato.

 

In realtà, tutti noi siamo in cerca di un ingrediente fondamentale, senza il quale non potremo essere mai appagati: l’amore, in primis per se stessi.

 

Chili d’amore ci vorrebbero, ma possiamo accontentarci.

Quattro etti d’amore, grazie.

“Signora, sono cinque… lascio?”

“Sì, lasci.”

 

Emma Fenu

 

7 maggio 2015

 

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Emma Fenu

Sono Emma, nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen. Ogni quattro o cinque anni, la mia vita subisce una vera rivoluzione: mi trasferisco in un nuovo paese. Ho vissuto, in precedenza, in Medio Oriente, in luoghi di estremo interesse culturale e storico, che mi hanno permesso di sentirmi “cittadina del mondo”. Sono laureata in Lettere e Filosofia, ho conseguito un Dottorato in Storia delle Arti, insegno Lingua Italiana a stranieri, studio da anni Storia delle Donne e Letteratura al femminile e mi occupo di Iconografia, nel perenne ed affascinante tentativo di sciogliere enigmi millenari ed interpretare simboli criptici. In me si fondono, in una bizzarra alchimia, note contrastanti, grazie alle quali sono capace di reinventarmi sempre: sono sognatrice e ironica, idealista e consapevole, empatica e complessa, pragmatica e creativa. Amo immensamente leggere, scrivere recensioni, interviste, articoli, saggi, romanzi e organizzare eventi. Ho pubblicato un romanzo inchiesta, “Vite di Madri”, sul lato oscuro della maternità”, e un romanzo di formazione “Le dee del miele”, una saga familiare ambientata in Sardegna fra miele, farina, sangue e misteri.

Benvenuti nel mio mondo, una valigia, traboccante di idee e parole, sempre pronta per partire alla volta di una nuova avventura.

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